
Holly Golightly vive a New York e si muove tra feste, uomini ricchi e piccoli espedienti. Il narratore – uno scrittore in crisi creativa – resta colpito dal suo spirito libero, ma dietro l’immagine sofisticata della ragazza emerge una fragilità profonda e un passato irrisolto.
Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito.
Colazione da Tiffany è un congegno narrativo d’apparente leggerezza. Il cinema ha addomesticato la figura della protagonista, trasformandola in un’icona elegante e rassicurante, ma il personaggio inventato da Truman Capote è tutt’altro: Holly è ansiosa, discontinua, inafferrabile.
Ha un’identità costruita con pazienza e ostinazione, è una creatura che si reinventa cancellando le proprie tracce con la stessa naturalezza con cui cambia abito. Il lusso è un pretesto: ciò che cerca è una zona di quiete interiore, un argine contro quelle “paturnie” che nel testo conservano una qualità sfumata e poetica.
Mi guardò senza la minima espressione e si grattò il naso, come se le facesse solletico, un gesto che, rivedendolo parecchie volte, imparai a riconoscere come il segnale che qualcuno stava passando il segno. Come capita a molte persone portate, per indole, a parlare spontaneamente di sé, tutto quanto sottintendeva una domanda diretta, una precisazione, la metteva in guardia.
Capote affida la descrizione dell’eroina a un narratore affascinato ma non del tutto sedotto, creando così una frizione costante tra ciò che viene mostrato e ciò che si lascia intuire. È in questa distanza che la ragazza acquista profondità.
Tiffany & Co. è una proiezione mentale, lo spazio dell’ordine assoluto, dell’assenza di imprevisti, dove il dolore sembra bandito per definizione. Holly non vuole gli oggetti esposti: desidera la promessa implicita di quel mondo, la sua illusione di controllo. Una distinzione sottile ma decisiva per comprendere la natura del suo sogno.
Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo.
L’effetto è quello di una festa osservata a distanza: la musica, brillante e coinvolgente, finisce per coprire un silenzio più intenso e malinconico. L’analisi è temperata da una sottile partecipazione emotiva che impedisce al racconto di irrigidirsi e permette al libro di diventare uno specchio deformante, in cui si riflettono aspirazioni autentiche – libertà, indipendenza, evasione – e il loro inevitabile rovescio.
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> Fonte citazioni: www.frasiarzianti.wordpress.com