
È il “road trip” più sbilenco e nobile della storia. Furore ruota attorno ai Joad, una famiglia di contadini americani degli anni ’30. All’inizio del romanzo, Tom Joad – che sta scontando una pena per omicidio – torna a casa dal carcere grazie a un permesso speciale e scopre che la sua famiglia – che vive in Oklahoma – è finita in miseria e ha deciso di trasferirsi. Se ne va con loro, destinazione California, con un camion sgangherato ma pieno di speranza.
Al diavolo tutto quanto! Non c’è nessun peccato e nessuna virtù. C’è solo quello che la gente fa. È tutto parte della stessa cosa. E certe cose che la gente fa sono belle, e invece altre non sono belle, ma questo è il massimo che qualsiasi uomo ha il diritto di dire.
Tom Joad è il protagonista – un tipo tosto e ribelle – ma è sua madre la vera star – “Ma” Joad – il cuore pulsante della famiglia; è lei che tiene insieme tutti e prende le decisioni importanti, anche nelle situazioni più critiche – mentre “Pa” Joad, più defilato, si sente spesso sopraffatto dalle difficoltà, dallo sconforto. Un personaggio “minore”, ma in realtà fondamentale, è invece Jim Casy, un ex-pastore che ha abbandonato il ministero perché ha perso la fede nelle dottrine tradizionali: è una figura quasi messianica, che si sacrifica per gli altri e lotta per i diritti dei lavoratori migranti.
John Steinbeck non ci risparmia nulla – fame, sfruttamento, ingiustizie – ma c’infila dosi di straniante umorismo, innescando spesso un godibilissimo tragicomico che non tradisce mai – proprio mai – la fermissima dignità dei suoi personaggi. Perché tutto è epopea, in questo libro – una ruota che si fora ed ecco, siamo in un romanzo d’avventura.
Casy disse: «Io ho camminato per tutto il paese. Tutti chiedono la stessa cosa. Dove andiamo? Per me non andiamo mai da nessuna parte. Siamo sempre in viaggio. Sempre in cammino. Perché a questa cosa non ci pensa nessuno? Oggi tutto si sposta. La gente si sposta. Sappiamo perché e sappiamo come. La gente si sposta perché lo deve fare. Ecco perché la gente si sposta. Si sposta perché vuole qualcosa di meglio. E quello è l’unico modo per trovarselo. Quando gli serve qualcosa, quando gli manca qualcosa, se lo vanno a pigliare. È a forza di sopportare che uno impara a ribellarsi».
È un capolavoro di critica sociale, perché la California non è il sogno dorato che immaginavano i Joad. Eppure, fra lavori sottopagati, pregiudizi, avidità, nasce spesso – come naturale conseguenza d’un dolore condiviso – una profonda solidarietà fra poveri e sfruttati.
Il messaggio è chiaro: resistere, aiutarsi, non perdere mai la speranza, e sono proprio i momenti di schiacciante umanità a rendere il libro indimenticabile. La descrizione dei bambini, ad esempio, che diventano piccoli maestri di sopravvivenza, che sanno dove trovare l’acqua, come fare i conti della spesa e come rubare un sorriso.
Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì.
La polvere sotto le scarpe, il sole cocente, la fatica: ogni cosa è tangibile. E allora tifiamo per i Joad, con un trasporto smisurato, anche se ogni personaggio ha le sue stranezze – c’è chi piange, chi borbotta, chi combina guai. Poi altre chicche, altri nuclei, altre storie: i Joad che s’inventano, con pochi chicchi di mais, succulenti banchetti, o gli incontri lungo la Route 66, quelli da manuale del tragicomico – i vicini di viaggio, i contadini disperati, i venditori insistenti. E che dire del finale, commovente e scioccante, in cui Rose of Sharon – la figlia adolescente di “Ma” e “Pa” Joad -, da simbolo di giovinezza e speranza, diventa archetipo di compassione e solidarietà umana.
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> Fonte citazioni: John Steinbeck, Furore, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano, 2013.