
Cora e Alice (figlie del generale inglese Munro) e il loro trio salvavita (Natty Bumppo/Occhio di Falco, Chingachgook e Uncas) passano da un agguato all’altro, ma sono tormentati da Volpe Astuta (Magua), urone infido e manesco, che li bracca con gusto e caparbietà. L’ultimo dei Mohicani è ambientato nell’America nordorientale pre-indipendenza: colonie, leggende, tensioni nervose e grandi manovre per arruolare tribù intere nei conflitti europei.
Dove sono i fiori di quelle estati! Caduti ad uno ad uno: così se ne andarono tutti quelli della mia famiglia, ad uno ad uno, verso la terra degli spiriti. Io sono sulla cima della collina e devo scendere a valle; e quando Uncas mi seguirà non ci sarà più nessuno del sangue dei Sagamore, perché mio figlio è l’ultimo dei Mohicani.
James Fenimore Cooper divide gli indigeni in tribù, caratteri, morali, responsabilità. Insomma, li tratta da esseri umani. Che sembra il minimo sindacale, ma per il 1826 era avanguardia.
I Mohicani sono intelligenti, leali, specializzati in sopravvivenza estrema. Certo, scotennano. Ma Occhio di Falco, esploratore bianco e loro fratello d’adozione, ci spiega come e perché, senza atteggiarsi a superiore; Natty Bumppo è il ponte tra due mondi che s’osservano, si fraintendono, si massacrano, mentre la guerra ruggisce sullo sfondo.
Signora – replicò l’esploratore in tono solenne – per trent’anni ho ascoltato tutti i rumori dei boschi come li ascolterebbe un uomo la cui vita e la cui morte dipendono dalla bontà delle sue orecchie. Non c’è lamento di pantera o fischio di tordo, né invenzione dei diabolici Mingo che possano trarmi in inganno! Ho sentito la foresta gemere come gli esseri umani nel dolore; spesso e ripetutamente ho sentito il vento suonare la sua musica tra i rami degli alberi, e ho sentito lo schianto del fulmine nell’aria come il crepitio della sterpaglia in fiamme quando sputava scintille e biforcute lingue di fuoco…
L’autore lascia spesso che il lettore si faccia la propria idea, mentre descrive culture e paesaggi con la pazienza di un antropologo e la passione di un turista fissato con le cascate. E che paesaggi: foreste e canyon da sembrare vivi. Tutto bellissimo. Peccato che in mezzo ci siano assedi, imboscate e qualche litro di sangue versato da chiunque passi di lì entro venti pagine.
Qualche stereotipo. Le fanciulle sono belle e angeliche, e i nostri tre eroi sono infallibili. Gli Uroni? Malvagi, e pericolosi anche nell’alito. I Mohicani/Delaware? Nobili, valorosi, bellissimi, ma sempre un gradino sotto i bianchi, perché Cooper è critico verso lo sterminio degli indigeni, ma è pur sempre figlio del suo tempo. Un progressista a metà.
Avete davanti a voi un capo dei grandi Mohicani Sagamore! Un tempo la sua famiglia poteva cacciare il cervo su un tratto del paese più vasto di quello che ora appartiene ad Albany Patteroon, senza attraversare un ruscello o una valle che non fosse loro; ma cosa rimane al loro discendente? Egli potrà trovare, forse, i suoi sei piedi di terra, quando Dio vorrà, e li rimanere in pace, se avrà un amico che si prenderà la pena di seppellire la sua testa abbastanza in fondo, sì che l’aratro non lo raggiunga!
E infine Uncas (è lui “l’ultimo dei Mohicani”, forse…): è un tipo che parla poco, un eroe senza sbavature, e quando finalmente apre la bocca è pure saggio. Giovane, impulsivo, ma anche solido come una quercia. E al centro d’un amore impossibile con Cora, che il film di Michael Mann ha pompato molto più del libro. In generale il romanzo, nonostante i suddetti stereotipi, rimane un pilastro del genere. Lo stile di Cooper è fitto di dialoghi, vivace – più complesse le descrizioni. Ogni capitolo s’apre con una citazione classica – Shakespeare, soprattutto – una chiave di lettura da ricordare prima di buttarsi nell’avventura.
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> Fonte citazioni: www.frasiarzianti.wordpress.com