Pubblicità

> Pasto nudo < William S. Burroughs (1959)

Pasto nudo di William S. Burroughs è un libro che mette in crisi la narrazione, il soggetto e il linguaggio. L’opera è una sequenza d’episodi discontinui – assemblati secondo una logica associativa più che causale – che trasmette l’idea d’un mondo frammentato, instabile, patologico.

Io, William Seward, capitano di questa metropolitana sbronza che si fa abitualmente di hashish, voglio sedare il mostro di Loch Ness con il rotenone e cowboyare la balena bianca. Ridurró satana all’obbedienza automatica e sublimeró i demoni ausiliari.

Non esattamente un romanzo “da Beat Generation”: Burroughs ne condivide l’urgenza sovversiva, ma se ne distacca, almeno in parte, per una certa freddezza analitica, o una troppo ostentata radicalità teorica. Il protagonista è William Lee, comunque, alter ego dell’autore, che non agisce più di tanto come centro narrativo unificante. È piuttosto un punto d’osservazione mobile attraverso cui l’autore esplora i sistemi di potere, di dipendenza e di controllo. I capitoli possono essere letti in qualunque ordine. I personaggi appaiono, scompaiono, mutano forma.

La tossicodipendenza è un paradigma universale, nel romanzo: la droga diventa metafora d’ogni meccanismo d’assoggettamento, dal linguaggio alla politica, dalla medicina alla burocrazia. Fra questi, l’aspetto più rilevante dell’opera è sicuramente la riflessione sul linguaggio: la parola è un virus, capace di colonizzare il pensiero e determinare il comportamento. La scrittura frammentata, ossessiva, disturbante è il tentativo di sabotare le parole dall’interno, di mostrarne la natura coercitiva.

Durante la prima infezione grave di Lee il termometro bollente aveva fatto schizzare un proiettile di mercurio nel cervello dell’infermiera e lei era crollata a terra senza vita con un grido straziante. Il dottore lanciò un’occhiata e fece scattare persiane d’acciaio di sopravvivenza. Poi ordinò che il letto in fiamme e il suo occupante fossero immediatamente cacciati dall’ospedale.

Il corpo occupa una posizione centrale nell’economia simbolica dell’opera. È violato, manipolato, ridotto a oggetto di sperimentazione e controllo. Le immagini estreme e grottesche che costellano il testo operano come strumenti di smascheramento: rendono visibile ciò che normalmente viene rimosso o normalizzato.

Il titolo lo propose Jack Kerouac (da una frase di una poesia di Allen Ginsberg dal titolo Sul lavoro di William Burroughs); per la precisione, il “pasto nudo” è “l’istante, raggelato, in cui si vede cosa c’è sulla punta della forchetta”. Il libro si propone dunque come un’esperienza di disvelamento, un atto di violenza cognitiva nei confronti del lettore, costretto a confrontarsi con la materia grezza del reale.

Come sempre il pasto è nudo. Se i paesi civili vogliono tornare ai Riti Druidici di Impiccagione nel Bosco Sacro o bere sangue con gli aztechi e nutrire i propri dèi con il sangue del sacrificio umano, che vedano chiaramente ciò che mangiano e bevono. Che vedano chiaramente cosa c’è sulla punta di quel lungo cucchiaio che sono i giornali.

Di certo l’opera, dal punto di vista storico-letterario, ha avuto un impatto profondo. Non solo per le celebri vicende censorie che ne hanno accompagnato la pubblicazione, ma per l’influenza esercitata sulla narrativa postmoderna, sulla cultura underground e sulla riflessione critica circa il linguaggio e il potere. Autori, artisti e teorici hanno trovato in Burroughs un precursore drastico e radicale.

***

> Fonte citazioni: www.anobii.com