
Emily Dickinson osservava il mondo “da ferma” – e proprio per questo, forse, lo vedeva meglio di tutti. Leggere l’opera completa della poetessa americana – fra i miei scrittori preferiti, lo confesso – significa entrare in uno spazio che rifiuta ogni mediazione. Emily Dickinson è una voce isolata, coerente e radicale. La sua apparente marginalità biografica — il ritiro, la clausura domestica, la pubblicazione postuma — è la condizione strutturale della sua poesia: i versi nascono da una distanza, che si traduce in una precisa – eppure vivace – acutezza dello sguardo.
Notti selvagge – Notti selvagge!
Fossi io con te
Notti selvagge sarebbero
La nostra voluttà!
Futili – i venti –
Per un Cuore in porto –
Via il Compasso –
Via la Mappa!Vogare nell’Eden –
Ah, il Mare!
Potessi soltanto ormeggiare – stanotte –
In te!
La forma è un atto critico. Versi brevi, sintassi ellittica, uso sistematico del trattino come frattura del discorso e come sospensione del senso. Ogni poesia è un campo di tensione in cui il significato si dilata e si contrae. Il lessico è semplice, in realtà, ma le parole vengono svuotate del loro uso ordinario e ricaricate d’ambiguità ontologica.
La morte, tema centrale, non è mai trattata come evento terminale, ma come condizione di conoscenza. Dickinson la osserva, la interroga, la normalizza – senza mai banalizzarla. Le sue poesie sono una lunga meditazione sulla finitezza come struttura dell’essere, non come accidente tragico.
Non ho mai visto “Vulcani” –
Ma, quando i Viaggiatori narrano
Come quei vecchi – flemmatici monti
Di solito così calmi –
Portino dentro – spaventose Artiglierie,
Fuoco, e fumo, e cannoni –
Che prendono Villaggi a colazione,
E terrorizzano gli Uomini –Se la calma è Vulcanica
Nel volto dell’uomo
Quando in Titanica pena
I lineamenti restano inalterati –Se a lungo, l’angoscia covata
Non uscirà in superficie,
E il palpitante Vigneto
Nella polvere, non sarà gettato?Se qualche amante dell’Antico,
In un Rinnovato Mattino,
Non griderà gioioso “Pompei”!
Alle Colline ritorna!
L’amore, altro tema centrale, è sottratto ad ogni psicologismo. Non interessa il racconto sentimentale, ma l’effetto metafisico del legame. È ciò che eccede il soggetto, che lo disloca, che lo espone. E anche il discorso religioso è privo d’ortodossia. Dio è una presenza problematica: talvolta assente, talvolta messa in discussione – la fede, in questo senso, è più che altro un esercizio critico.
La natura è un sistema simbolico attraverso cui il reale si manifesta nella sua ambivalenza: ordine e caos, bellezza e indifferenza. Gli elementi naturali, più che riflettere l’interiorità del soggetto, lo contraddicono, lo sfidano, lo ridimensionano. È come trovarsi in un archivio di stati di coscienza; ogni testo interroga ciò che può essere conosciuto e ciò che resta irriducibilmente oscuro.
Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –
Procedemmo lentamente – non aveva fretta
Ed io avevo messo via
Il mio lavoro e il mio tempo libero anche,
Per la Sua Cortesia –Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell’Intervallo – in Cerchio –
Oltrepassammo Campi di Grano che ci Fissava –
Oltrepassammo il Sole Calante –O piuttosto – Lui oltrepassò Noi –
La Rugiada si posò rabbrividente e Gelida –
Perché solo di Garza, la mia Veste –
La mia Stola – solo Tulle –Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un Rigonfiamento del Terreno –
Il Tetto era a malapena visibile –
Il Cornicione – nel Terreno –Da allora – sono Secoli – eppure
Li avverto più brevi del Giorno
In cui da subito intuii che le Teste dei Cavalli
Andavano verso l’Eternità –
Forse è meglio rinunciare alla comprensione immediata – ma è una mia idea – e, se il vostro inglese non balbetta come il mio, leggete i versi in lingua originale – o perderete musicalità, allitterazioni e assonanze varie. La certezza è che Emily Dickinson rappresenta uno dei vertici più enigmatici e innovativi della lirica moderna; opera una sistematica demolizione delle convenzioni poetiche e cognitive del suo tempo, ogni poesia agisce come un dispositivo di concentrazione estrema, dove il piccolo misura spazi infiniti. Rifiutando l’enfasi romantica, anticipa di decenni quella sensibilità minimale che segnerà, anche in Italia, la creatività del Novecento.
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> Fonte citazioni: www.emilydickinson.it