
Romanzo cult della letteratura americana contemporanea, Rumore bianco racconta la vita quotidiana di una famiglia di una piccola città immaginaria del Midwest, chiamata Blacksmith, tra lezioni universitarie, supermercati, televisione e chiacchiere domestiche. Ma sotto la superficie – come piace a DeLillo – si muove qualcosa di più inquietante e profondo.
Mi piace liberarmi il braccio dalle pieghe dell’indumento per guardare l’orologio. Il semplice atto di verificare l’ora, per effetto di questa fiorettatura si trasforma. I gesti affettati aggiungono fascino alla vita.
Il protagonista, Jack Gladney, è un professore specializzato in studi hitleriani, ma non parla tedesco; è un elemento essenziale, che ci spalanca lo sfondo: un mondo dove l’autorità è una costruzione fragile e dove l’apparenza vale più della sostanza.
La vita di Jack scorre tra insegnamento, conversazioni accademiche e la complicata gestione di una famiglia allargata, fatta di figli provenienti da diversi matrimoni. Don DeLillo costruisce dialoghi come se fossero intercettazioni radio. In casa Gladney c’è sempre qualcuno che parla, commenta, interpreta. Le conversazioni sono rapide, intelligenti, a volte assurde.
Abitare in una città piccola. Voglio stare alla larga dalle città grosse e dalle complicazioni sessuali. Calore. Ecco che cosa significano per me le città grosse. Si scende dal treno, si esce dalla stazione e si è presi dalla scalmana. Il calore dell’aria, del traffico, della gente. Il calore del cibo e del sesso. Il calore dei grattacieli. Il calore che esce dalla metropolitana e dalle gallerie. Nelle città grosse ci sono almeno cinque gradi di più. Il calore si leva dai marciapiedi e cala dal cielo inquinato. Gli autobus sbuffano calore. Emana dalle folle di acquirenti e impiegati. Tutta l’infrastruttura si basa sul calore, lo usa disperatamente, ne produce altro.
E arriviamo al punto, il “rumore bianco” del titolo: è la modernità, il sottofondo di segnali che ci circondano; la televisione, la pubblicità, le notizie, la tecnologia. Tutto “parla”, ma niente è importante. Il supermercato, ad esempio, è una sorta di cattedrale contemporanea; Jack e la sua famiglia si muovono tra gli scaffali in un rituale laico e consolatorio. Il capitalismo costruisce un sistema simbolico in cui il consumo funziona, più che altro, come un cerimoniale apotropaico.
Poi quando la normalità s’incrina e l’atmosfera diventa apocalittica, emerge non tanto il senso di catastrofe quanto la capacità del mondo di neutralizzarla. L’evento straordinario viene immediatamente tradotto in termini pratici, amministrativi, logistici: un problema di gestione, di evacuazione, di organizzazione. La realtà viene anestetizzata dal linguaggio tecnico che la riduce a inconveniente. Ma sotto questo livello superficiale continua a vibrare un altro “rumore bianco”, più profondo e irriducibile: la paura – o la consapevolezza – della morte. È questa presenza silenziosa, costante e inassimilabile che i personaggi non riescono davvero a normalizzare, perché sfugge ad ogni forma di razionalità e turba, dall’interno, la fragile tranquillità della vita quotidiana.
– Onde e radiazioni, – disse poi. – Sono giunto a capire che il mezzo televisivo è una forza di fondamentale importanza nella casa tipica americana. Conchiusa in sé, senza tempo, autolimitata, autoriferente. È come un mito nato qui nel nostro soggiorno, come una cosa che conosciamo in modo preconscio, quasi in sogno.
Rumore bianco è una dissezione clinica della coscienza contemporanea, un’ontologia del rumore, una cartografia della coscienza tardo-moderna nella quale il soggetto non è più il centro stabile dell’esperienza ma un nodo attraversato da flussi di informazione, immagini e linguaggi mediatici.
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> Fonte citazioni: www.frasiarzianti.wordpress.com