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> Il grande Gatsby < Francis Scott Fitzgerald (1925)

Nick Carraway – il narratore – arriva a New York con l’idea di fare carriera, ma si ritrova spettatore di un dramma sentimentale: accanto a lui vive Gatsby, un tipo misterioso che organizza feste esagerate dove la gente si diverte senza sapere nemmeno chi sia il padrone di casa; ma tutta questa ostentazione ha un unico scopo: riconquistare Daisy, il suo grande amore.

Ti capiva fin dove volevi essere capito, credeva in te fin dove ti sarebbe piaciuto credere in te, e ti assicurava di avere ricevuto da te esattamente l’impressione migliore che speravi di dare.

Il mito americano è, ne Il grande Gatsby, una costruzione simbolica destinata a incrinarsi nel momento stesso in cui viene realizzata. La figura di Gatsby è paradigmatica, esiste nella misura in cui riesce a sostenere la finzione di sé. Crede che il tempo possa essere reversibile, ma il mondo che lo circonda è governato, più tristemente, da una logica opposta.

I personaggi del romanzo sono più svuotati che corrotti. Agiscono secondo una superficialità strutturale, in cui i rapporti umani sono ridotti a funzioni sociali e la responsabilità etica viene costantemente elusa. Un’opposizione tra intensità e inerzia: Gatsby è tragico perché eccede nel “senso”, mentre gli altri sopravvivono proprio grazie alla loro incapacità di trovarne uno.

Sapeva che baciando quella ragazza, e unendo per sempre quelle indicibili visioni al mortale respiro di lei, la sua mente non avrebbe più spaziato come quella di dio.

La prosa di Francis Scott Fitzgerald è limpida, calibrata, musicale, ma attraversata da una sottile inquietudine. L’eleganza formale è lo strumento attraverso cui l’autore mette in scena la seduzione della superficie. Il lettore è attratto da un mondo di bellezza e armonia apparente, salvo poi scoprire che un equilibrio tale è semplicemente privo di fondamenta.

La scrittura stessa diventa quindi parte del dispositivo critico del romanzo, mentre il simbolo della “luce verde” condensa l’intero impianto concettuale dell’opera: la proiezione infinita del desiderio verso un oggetto che si sottrae costantemente. È un segno che rinvia sempre oltre se stesso, un orizzonte che non può essere raggiunto proprio perché esiste solo in quanto distanza.

Ci dovevano essere stati momenti, perfino in quel pomeriggio, in cui Daisy non era stata al’altezza dei suoi sogni – non per colpa sua, ma per la colossale vitalità della sua illusione. Era andato oltre lei, oltre tutto.

Gatsby è una figura universale: l’uomo moderno intrappolato nella dinamica del desiderio. Fitzgerald mostra come questo fallimento sia inscritto fin dall’origine nell’ideale stesso. Il risultato è un’opera che, nella sua brevità, possiede una densità teorica notevole: un testo che interroga il lettore non tanto su ciò che accade, ma su ciò che, inevitabilmente, non può accadere.

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> Fonte citazioni: www.frasicelebri.it